La casa della zia in montagna

1 ago

Cercando in questi giorni di ricordare quale fosse l’estate  più bella della mia vita, ho tirato fuori dai cassetti  tutti gli album di foto dei viaggi che ho fatto.
Ad ogni album che sfogliavo (la prima volta a Formentera, il giro delle isole greche con lo zaino in spalla, la Florida, la  Sardegna, la prima vacanza senza genitori a Ventotene) mi dicevo: “eccola, è questa la vacanza più bella. Sì, questa è stata l’estate con la E maiuscola”.
Poi, mentre ne chiudevo uno, sul pavimento è scivolata una foto che mi ritraeva sugli scalini della casa dei miei zii in montagna, assieme a mio padre, mia sorella e il cane di un altro zio, Billy (che è il nome del cane, non dello zio). Allora mi sono tornate in mente tutte le estati trascorse in quella casa.
Credo di non aver passato neanche una estate della mia vita senza averci messo piede almeno un giorno. Da bambina ci passavo quasi tutto il mese di agosto.
Lì ho bevuto per la prima volta il latte vero, quello appena munto e fatto bollire, ho scoperto come si ammazzano i maiali tanto che per qualche giorno dicevo in giro che ero diventata vegetariana. Mia zia, essendo una donna pragmatica, senza dire niente e senza cambiare di una virgola il menù in tavola, ha semplicemente aspettato che mi venisse fame.
Ho acceso la mia prima sigaretta tentando poi di spegnerla con lo scopino del camino. Ci è mancato poco che non incendiassimo la casa e ricordo ancora gli schiaffi che prendemmo da tutti, zii, genitori, vicini di casa.
Ho imparato a giocare a briscola, tre sette, bestia, forse ancora prima di imparare a scrivere, perché dopo pranzo, cascasse il mondo, il caffè veniva servito assieme a un paio di giri a carte.
Poi ci sono state le estati da ragazzina: la discoteca all’aperto del paese, la prima sbronza  con conseguente vomitata fuori dalla finestra che ci costò due venerdì di castigo, i giri per i campi con il dumbaghi costruito dallo zio “inventore”, i pomeriggi a leggere libri sull’amaca.
Un anno passammo giorni a fare la passata di pomodoro  perché  lo zio aveva messo a punto  un “baracchino” che, secondo lui, faceva risparmiare tempo. Invece ci mettemmo il doppio lavorando come dei matti. Se mi concentro, riesco quasi  a sentire l’odore del pomodoro che per giorni ci è rimasto attaccato alla pelle. Per qualche estate, la parola “pomodoro” era vietata.
Ricordo l’estate in cui stavo preparando la tesi,  a Bologna faceva un caldo che si moriva. Telefonai a mia zia chiedendole se potevo andare a studiare lì, se c’era posto o se ci fosse il solito casino. Lei mi disse che era tranquillo, che erano in pochi. Quando arrivai, capii che il concetto di “pochi” che avevo io, non era uguale a quello che aveva lei. Non ricordo un giorno con meno di dieci persone, perché la casa della zia era ed è tuttora (per fortuna) il rifugio di tutta la famiglia. Ognuno di noi, da sempre, va dalla zia quando vuole, anche senza avvisare, tanto al massimo ci si stringe. Un’estate eravamo talmente tanti che tirammo fuori le brandine dalla taverna e qualcuno dormì  in tenda.

Ricordo le litigate tra cugini per chi dovesse andare a prendere l’acqua alla fontana, le discussioni politiche dei miei zii che pur votando tutti dalla stessa parte, non si sa come, riuscivano ad alzarsi quasi sempre da tavola mandandosi a quel paese. Non scorderò mai quel pomeriggio in cui una mucca si mise a fare i propri bisogni a trenta centimetri dal lettino dove mia madre stava prendendo il sole. Quando si accorse della mucca, mia madre cominciò a chiedere aiuto urlando come una matta,  ma noi facemmo tutti finta di non sentire, per goderci la scena ridendo di gusto.

Ieri abbiamo fatto  una grigliata per festeggiare un paio di compleanni importanti.  Abbiamo cucinato tutti insieme, mangiato e brindato. Poi qualcuno ha preso un po’ di sole, i più vecchi si sono riparati sul dondolo all’ombra. Abbiamo giocato a bestia (ho vinto otto euro), discusso di politica come sempre (deve essere nel dna famigliare, litigare anche quando si è d’accordo su qualcosa), e io sono stata, come sempre, maledettamente bene.

Quando sarò vecchia sono assolutamente sicura che la mia mente ricorderà ancora tanto di tutte le estati che ho passato (e passerò) da mia zia in montagna, ma assolutamente nulla dei viaggi che ho elencato all’inizio. E la cosa non mi dispiace.

7 Risposte to “La casa della zia in montagna”

  1. Laurabeat 1 agosto 2011 a 18:50 #

    Mi viene un po’ il magone e non so perché.

    • blondeinside 1 agosto 2011 a 18:52 #

      ma no!!! :)

  2. chiaratiz 1 agosto 2011 a 19:57 #

    io da vecchia voglio essere tua zia, invece

    • blondeinside 1 agosto 2011 a 20:50 #

      Chiara, casa tua è già come la casa di mia zia in montagna. C’ho le prove ;)

  3. ettoregonzaga 2 agosto 2011 a 17:13 #

    “…deve essere nel dna famigliare, litigare anche quando si è d’accordo su qualcosa…”
    Leggendo questa frase mi venuto in mente il mondo di Giovannino Guareschi.

    Non so come sia il gioco Bestia, ma mi piace immaginare che per giocare sia necessario un approccio sereno e distaccato (!?) alla don Camillo.

    ettoregonzaga

  4. Antonio Covitti 8 agosto 2011 a 17:13 #

    Che piacere leggere questo blog… trovato per caso, mentre googlavo “Attention whore” di Deadmau5
    serendipity

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