Propositi per il nuovo anno

2 Gen

Propositi per il nuovo anno: nessuno.

Desideri per il nuovo anno: che il 2013 possa essere una continuazione del 2012 appena trascorso.

Questo è quello che auguro alla mia vita.

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41.5

19 Dic

Diciassette anni fa ho messo un  sogno nel cassetto, ho chiuso il cassetto a chiave e mi sono cercata un lavoro che mi permettesse di pagare le bollette e un mutuo.
Lunedì pomeriggio quel cassetto ha cominciato ad aprirsi un po’ quando  su quel monitor che avevo di fronte è apparsa una scritta verde e un punteggio: 41.5.
Mentre uscivo dalla scuola per andare alla macchina, riuscivo solo a pensare  a quel cassetto chiuso per diciassette anni. 
Poi ho fatto un paio di telefonate, mi sono fumata una sigaretta nel parcheggio della scuola e sono salita in macchina. Mentre mettevo in moto la macchina, mi è tornata in  mente la mia professoressa di italiano delle superiori e lì, in quel parcheggio deserto, l’ho ringraziata più volte mentalmente.
Senza di lei quel sogno lì, chiuso per tanti anni in un cassetto, non esisterebbe nemmeno.

Oggi l’ho chiamata dopo dieci anni di silenzio da parte di entrambe.

A parte la bellezza di riprendere un dialogo dopo tanto tempo con la stessa confidenza di allora, la prima cosa che mi ha detto è stata: “questa è proprio una bella notizia, provaci, non ci perdi assolutamente niente”.
Quando poi le ho ricordato che la mia passione per la letteratura è nata soprattutto grazie a lei, questo è stato il dialogo che ne è seguito:

“Ma se non mi ascoltavi mai, non facevi altro che leggere dei gran libri sotto al banco.”

“Non è vero.”

“Sì invece. Ricordo perfettamente una delle poche volte che hai alzato la testa dal librone che stavi leggendo..”

“forse era Il signore degli anelli, in effetti era ingombrante”

“No, eri nel periodo dei russi, avevi letto già tutti i francesi e ti eri innamorata dei russi, Tolkien è arrivato dopo… Comunque, ad un certo punto hai alzato la testa e hai detto: “ però, questo sì che è interessante prof!” E io, per la prima volta, ho pensato: “almeno ogni tanto ascolta anche le lezioni”.

Io non lo so se fra un anno sarò ancora dietro ad una scrivania a fare un lavoro che, di fatto, non mi dà altro che la soddisfazione di avere poche preoccupazioni economiche. Non so se quel cassetto sia destinato ad aprirsi o a chiudersi per sempre, penso ancora che ci sarebbe bisogno di un vero miracolo per farmi arrivare nei primi 44 posti.
So solo che, questa sera, quel  numero che dà il titolo al post mi ha fatto ritrovare una persona che ha contribuito parecchio a farmi diventare quella che sono oggi e questo, per ora, mi basta.

non si trova sempre un titolo giusto per certe cose

19 Set

questa sera quando sei andato via  hai cominciato a guardarti intorno per raccattare tutte le cose che avevi sparso per casa mia.
Hai preso il telefono, le chiavi, il dvd della seconda stagione di SOA che ti ho fatto oggi, le sigarette e poi ti sei diretto verso la porta.
Allora io ti ho chiamato e ho detto “oh, ti sei dimenticato le ciabatte”. Te le hai guardate, poi hai guardato me e aspettando la mia reazione hai detto: “ma veramente pensavo di lasciarle qui”.

In un’altra galassia, in un altro tempo, un’altra me si sarebbe fatta prendere dall’ansia.
Invece ho sorriso, ti ho abbracciato e ho detto “ok, lasciale qui”.

A quanrant’anni suonati ho scoperto che

2 Set

La bellezza non è un corpo perfetto, giovane, senza rughe, senza smagliature senza alcun difetto di sorta. No, la bellezza è un’altra cosa.

Io me lo ricordo bene come ero a vent’anni,  perfetta fisicamente ma talmente imperfetta dentro, che trovavo persino difficile che qualcuno solo mi degnasse di attenzione.

La bellezza vera è una donna imperfetta (con qualche chilo in più, parecchie rughe in più rispedtto a vent’anni fa) consapevole di quello che è, di quello che vale e che si fa beffa dei chili e delle rughe in eccesso  e cammina spedita sui suoi tacchi dodici.

Io non mi sono mai sentita così bella, così desiderata, così cercata come negli ultimi due anni.

 Perché? Mi sono fatta molte volte questa domanda negli ultimi due anni e la risposta che ho trovato è una sola: perché finalmente, ad un certo punto della mia vita, che ha coinciso con il compimento dei 40 anni (e non credo sia un caso),  mi sono guardata allo specchio e mi sono voluta bene così come sono. 

Certi sguardi, certi complimenti che ricevo adesso nei miei 41 anni di imperfezioni, non me li sarei neanche sognata a vent’anni, quando ero perfetta, giovane ma incompleta.

 

16 novembre 2010

14 Lug

questo è un post che ho scritto il 16 novembre 2010 e non ho mai pubblicato. Bè, lo faccio ora.

Io fra quattro ore sarò a Milano e guarderò negli occhi un uomo che mi ha salvato la vita nei primi mesi del 2008.
Forse non lo guarderò proprio negli occhi, lui non vedrà me ma io sì, eccome se lo vedrò. Per due ore, per me ci sarà solo lui, il resto del mondo può anche fermarsi, sul serio. Lo vedrò cantare sopra a un palco, forse da lontano, non so, dipende da quanto riuscirò ad avvicinarmi.
Ascolterò dal vivo una voce che assieme a Michel Stipe, mi ha evitato il suicidio, letteralmente, più di 900 giorni fa.
Quella voce, per tanti mesi, è stato il mio unico appiglio (a parte le poche persone care che avevo all’epoca) alla realtà, l’unico motivo di gioia, di pace, di meraviglia, di beatitudine (e non esagero).
Il fatto che me lo fece scoprire colui che mi spezzò il cuore, non conta. Anzi. Non so come,  per un caso fortuito non successe affatto quello che di solito succede, cioè che non riesci per mesi ed anni ad ascoltare certe canzoni che ti ricordano qualcuno. Successe il contrario. Il motivo non lo so, però mi salvò. Io arrivavo a casa e mettevo su il cd dei National e la serata passava così, senza voglia di vomitare, di scomparire, di non esistere. O meglio, la voglia diminuiva di molto.
Per mesi e mesi, Matt Berninger e Micheal Stipe furono la colonna sonora di quello che oggi chiamo orgogliosa “la rinascita”.

Succede davvero che la musica ti salva la vita, a me è successo, e so che sicuramente è stato così per altri.

Io oggi, dopo tre anni, l’uomo che mi ha fatto passare quell’anno assurdo lo ringrazio,  perché senza di lui, di sicuro non sarei quella che sono diventata oggi, non sarei andata da uno psicologo per capire che cosa non andava in me, scoprendo poi che non c’era niente che in me non andava.  Quello che non andava in me non ero io,  ma il modo in cui guardavo me stessa e la realtà, e senza di lui non l’avrei capito mai.  E’ stata dura, il 2008 per me, devo essere sincera. L’anno più buio dopo il 1997 (che fu poi l’anno che misi in discussione tutte le mie certezze e le cose che avevo). Nel 97 avevo i Rem, nel 2008 i National.

Quindi per me, fra quattro ore, è come se andassi a pregare davanti al santo che mi fece il miracolo.

Niente di più e niente di meno.

Se non capite, per me è uguale.

Qualcuno che capisce cosa intendo dire, secondo me c’è.

gli uomini sono le nuove fighe (cit.)

2 Lug

Io mi sono rotta i coglioni degli uomini che non sanno quello che vogliono.
Di quelli che si fanno le seghe mentali ancora prima che cominci tutto.
Di quelli che mi chiedono “perché non vuoi figli?” dopo una settimana che ci vediamo.
O di quelli che mi chiedono che educazione voglio dare ai miei figli, dopo un mese che ci conosciamo ( è successo pure questo, l”educazione”, santo Iddio, dopo un mese).
O di quelli che ti dicono “se venerdì esci a ballare con le tue amiche ti taglio le gomme della macchina” però non sa se si vuole impegnare, è un momento così, deve capirsi.
Mi sono rotta le palle, ma tantissimo, di quelli che “una come te, non l’ho mai conosciuta in vita mia” e dopo tre settimane tre, “mi spiace ho conosciuta un’altra, ciao”
Ma soprattutto, mi sono rotta i coglioni di quelli che tornano, perché lo fanno sempre quando a me non me ne frega, purtroppo,  più un cazzo di niente.
Questa cosa, nella mia vita, è una certezza: tornano tutti, sempre, quando è troppo tardi.
Quello che mi scrive “ti amo” esattamente un anno dopo avermi lasciato, perché doveva ritrovare sé stesso, proprio il giorno prima di partire per l’Australia  (io  gli ho scritto che secondo me aveva sbagliato numero,  lui invece ha risposto di no,  che non si era sbagliato, era proprio me che amava. LOL.  Io ho poi  risposto a quel secondo sms nell’unico modo possibile: “ah ah, che ridere che mi fai. Fidati, hai sbagliato numero”)
Quello che sono 13 anni che ogni sei mesi mi chiede se sono single e se mi va di vederlo e che mi dice, tutte le volte,  “che cazzata che ho fatto a lasciarti”e tutte le volte io rispondo “eh… già, comunque no, non c’ho voglia di vederti, mettiti il cuore in pace”.
Quello che, anche qui, ogni tot, mi dice che ripensa a me e a come è stato cretino a lasciarmi andare. (e qui, sono passati 6 anni).
Quello che dopo 12 giorni mi dice “probabilmente me ne pentirò, ma adesso non ce la faccio, devo rimettere a posto la mia testa”. (non ti preoccupare, sono certa che ritornerai, mi siedo sulla riva del fiume e aspetto con i pop-corn in mano).
Quello che la settimana prima di sposarsi mi chiama per dirmi “Sabato mi sposo, e andrò a vivere nella casa in cui avevo sognato di vivere con te”. No wait, questo l’ho lasciato io, scusate, è successo talmente così poche volte che mi sono confusa.  
Non continuo la lista, perché sarebbe chilometrica e mi sta già venendo il nervoso.

Io mi chiedo cosa c’è che non va in me per cui gli uomini si accorgono di quello che sono, solo dopo avermi lasciato andare.

E cioè, quando è troppo tardi.

Tipi da intorto: il CASCAmorto

5 Giu

Sono passati oramai più di undici anni dalla morte di mio padre e siccome l’abbiamo seppellito in terra oggi siamo andate, io e mia mamma, alla esumazione.
Non sapevo bene che cosa aspettarmi, come mi sarei sentita, che cosa avrei visto.
Sapevo solo che avrei passato un paio d’ore in attesa che chiamassero il suo nome a voce alta.
Arrivate al cimitero ci siamo trovate davanti al campo già completamente privo di tombe, con le ruspe già in azione, e l’area circondata come nelle scene di un crimine.
Inoltre, i 6 becchini che si accingevano a scavare le fosse per esumare i corpi erano tutti vestiti  come quei tizi che gironzolano sulla scena del crimine in CIESSAI:  tuta bianca, stivaloni di gomma, guanti (mancava solo la mascherina).
La scena mi ha fatto molto ridere e mi sono anche rilassata nonostante la situazione. In attesa di essere chiamata mi sono seduta sul prato, ho preso il kindle e mi sono messa a leggere.
Passano due minuti e uno dei becchini vestito come quelli di CIESSAI mi si avvicina e molto gentilmente, porgendomi uno dei sacchi di plastica che verranno usati per trasportare i resti mortali dei nostri defunti, mi dice:  “signorina, prenda questo così non si sporca i pantaloni”. Io ho pensato: “ohibò che gentile questo becchino vestito come quelli di CIESSAI che si preoccupa dei miei pantaloni”. Mi sono alzata, ho appoggiato per terra il sacco di plastica verde, mi ci sono seduta sopra e ho ricominciato a leggere in attesa che mi chiamassero.
Ogni tanto  alzavo gli occhi per controllare a che punto del campo fossero, e una volta su due sorprendevo ilbecchino gentile vestito come quelli di CIESSAI che mi sorrideva.
Ora la premessa che devo fare è che questi poveri becchini vestiti come quelli di CIESSAI, non fanno altro che tirar fuori delle ossa dalle bare per tutto il giorno (che lavoro di merda, dico io) e  circa ogni ora, a turno, si fanno un pausa, fumano una sigaretta, prendono una motoretta del cimitero e vanno a farsi un caffè non si sa dove.
Verso le 9,45 (ero lì dalle 7,15) arriva finalmente il nostro turno, vedo che stanno cominciando a scavare dove è sepolto mio papà. Mi alzo, mi incammino lungo l’area circondata dal nastro rosso fino ad arrivare al punto più vicino per poter vedere e mi metto in attesa. Non racconterò che cosa ho visto, né che cosa ho provato, è una cosa che terrò per me, qui voglio semplicemente raccontare quanto è successo esattamente un minuto prima.
E’ successo che il becchino gentile vestito come quelli di CIESSAI  si avvicina, si toglie i guanti, mi sorride e mi dice “ti posso offrire un caffè?”
Così, mentre sono lì che aspetto di vedere che cosa è rimasto del corpo di mio padre, questo idiota mi vuole offrire un caffè.
Al che io, mi sono girata verso il becchino vestito come quelli di CIESSAI e fulminandolo con gli occhi gli dico: “no grazie, ho lo stomaco un po’ chiuso, e non credo che sia difficile capirne il motivo”.
Poi ho rivolto il mio sguardo fisso sul pezzo di terra che negli ultimi  undici lunghissimi anni è stata la casa di mio padre.
Allora,  io non lo so, forse è davvero un lavoro così merdoso che non hai più la sensibilità per capire  certi stati d’animo, non riesci più a comprendere quale momento straziante sia vedere quanto poco è rimasto del corpo di un tuo  caro, forse è un lavoro talmente merdoso che fai finta che sia un’altra cosa, non lo so.

So solo che la  prima cosa che ho pensato quando mi ha chiesto se volevo un caffè è stato: “ma questo qui,  che cazzo c’ha in testa al posto del cervello? Della schiuma? “